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23 giugno: Da una parte una condanna, dall’altra le cose come se non fosse successo

Sono passati dieci anni da quando quella notte del 29 giugno una cisterna di infiammabile è esplosa sui binari dietro la stazione ferroviaria di Viareggio, provocando quello che ha provocato tra morti e feriti. Ed è di qualche tempo che sono state ratificate le condanne per gli allora dirigenti delle Ferrovie per non aver messo sufficiente sicurezza su quel convoglio.
Ma se ci si pensa è come se non fosse successo nulla. Intendiamoci: i morti ci sono e i feriti ci sono. Alcuni con tracce indelebili sulla loro pelle o nella loro persona tanto nella mente quanto nel corpo. Ma non si è veramente intervenuti sulla sicurezza. Certamente gli addetti delle Ferrovie che vengono intervistati, come fu il caso di “Report” su Raitre, diranno che le Ferrovie italiane sono le più sicure perché adottano dei sistemi che fanno fare meglio che in altri paesi. Non c’è stato da parte delle Ferrovie, ma da quelle attuali però, un mea culpa che se fosse stato davvero tale avrebbe raggiunto chiunque sulla faccia dell’Italia. Per dire che una cosa del genere non debba succedere più.
Invece hanno condannato Moretti, allora dirigente delle Ferrovie. Che adesso è praticamente allo stesso tempo il due di briscola e il capro espiatorio per fare in modo che tanto i giornalisti quanto le Forze dell’Ordine non vadano a guardare troppo a fondo se da qualche parte manca un bullone o se una traversina dei binari non è al suo posto.
Non voglio dire con questo che Ferrovie non abbia fatto o non abbia intenzione di fare nulla. Ma questo silenzio assordante di fronte alla condanna non mi piace proprio. Ha il sapore di quando non senti l’odore del gas dentro casa ma allo stesso tempo ti stai intossicando senza rendertene conto.
Perchè Ferrovie non fa sapere a tutti quello che sta disponendo per la sicurezza dei treni, quello che sta rimendiando dopo quel supertragico incidente?

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16 giugno: Troppo sdoganamento sulla mafia può smuovere delle braci

Il titolo è volontariamente ambiguo. Perché io non ho idea di cosa potrebbe succedere. Non ho idea se il fuoco bruciare be nel male o brucerebbe nel bene. Ma come tutte le cose è qualcosa che viene smosso. E lo smuovere produce conseguenze. Viene in mente un proverbio abbastanza calzante: alle volte è meglio non dare un calcio al sedere delle vespe.
Ma perché è meglio? È meglio perché come tutti gli insetti che viene stimolato, quando si muove non hai idea di dove possano andare e cosa possano fare nell’ambiente circostante. Preso nel soggetto della mafia: da una parte possono nascere dei piccoli o grandi mafiosi mentre dall’altra parte possono nascere dei piccoli o grandi antimafiosi. In ogni caso, si parte da una cosa che non deve succedere. E cioè che della mafia se ne parli a sproposito. Parlare di qualcosa muove. Soprattutto se è qualcosa che è il male o nel passato o nel presente e viene scosso praticamente senza senno o con poco raziocinio. Io preferirei vedere dei film stupidi, come la canzone di Marco Mengoni, piuttosto di avere davanti allo schermo il solito ospite televisivo che apre la bocca e gli da fiato. E dice qualcosa intanto difficile da motivare ad un bambino – con la conseguenza che non sai fino a che punto possa darti retta – e poi che non si capisce da che spinta sia nata la richiesta di avere più o meno quel tipo di ospite nel programma. Che non è che capita di continuo. Ma quando capita capita e non puoi non dire qualcosa a riguardo. Con la speranza che smuove anche quello le braci di una fiamma…

5 giugno: La RAI e le leggi sugli stipendi: vantaggio per Mediaset?

C’è una autentica giustizia nel voler mettere a chi lavora per il servizio pubblico un tetto massimo per far spendere di stipendio una cifra contenuta rispetto alle esagerazioni al limite del faraonico. Ma se da un lato c’è una giustizia, dall’altro c’è una ingiustizia molto forte, cioè quella che chi vuole e vorrà lavorare per il servizio pubblico non avrà lo stesso appeal, lo stesso fascino di chi lavorerà per la concorrenza privata. Che poco gliene frega di mettere un tetto ai propri stipendi.
Ci sarebbe soltanto un caso: il servizio privato, rendendosi conto come fece osservare Milena Gabanelli in uno dei suoi articoli di focus sul Corriere della Sera che non può esagerare con la pubblicità, mette un tetto alla sua capacità di pubblicità pena inquinamento pubblicitario. E il perché è molto semplice: la pubblicità è come la spezia o le spezie dentro una pietanza. Infatti, come sanno accuratamente tutte le massaie del mondo non solo italiane, se ad un pezzo di carne o ad un altro cibo metti più spezie del possibile, la pietanza diventa sicuramente saporita, ma saprà solo di spezia. Come se uno mangiasse spezia pura e dura.
Forse, in un futuro possibile, la tv privata capirà che la gente non può essere bombardata di pubblicità come succede adesso. Non soltanto per la quantità, ma anche perché oggi la pubblicità è veicolata meglio attraverso Internet e le società sempre più preferiranno quel veicolo. Quindi se Mediaset e tutte le altre tv private riescono a leggere queste poche righe, capiscano che hanno anche loro da adottare un codice etico della pubblicità sulle proprie reti. Come la Rai capisca che se si tira troppo la cinghia sempre più spariranno volti interessanti per la propria capacità di attirare pubblico a discapito dei propri profitti in quanto azienda come le altre. Peggio ancora se per la Rai si facessero le cose con una legge. Più che per la ennesima legge, per la ennesima volta si decide qualcosa al di fuori del mercato.

Un tormentone prima o poi deve finire…

La parola “tormentone” viene ovviamente dalla parola “tormento”. Il che significa, anche se bonariamente e simpaticamente, trovarsi davanti ad una parola o una frase che viene ripetuta sistematicamente in tanti, forse troppi contesti. Ed è questo un particolare prettamente musicale, visto che l’estate e l’inverno, magari di meno di inverno, sono il momento dove la capacità di fare musica si scatena e cerca la fama assoluta nella trovata di quel motivetto o di quel ritornello che rimarrà nella storia di quella estate o di quel programma televisivo, trattandosi anche questo di un campo su cui fare osservazione.
Se si sposta la cosa sulla politica, si può parlare apertamente a tutti e due gli schieramenti politici. Perchè da una parte c’è la sinistra italiana che denuncia, quasi all’inutilità adesso, i 49 milioni che la Lega dovrebbe rimborsare. Dall’altra parte invece la destra nella persona di Salvini, in quanto esponente di spicco della destra italiana attualmente al potere, non la smette di dire di essere pagato dagli italiani per lavorare. Al netto che un ministro dovrebbe lavorare per gli italiani per principio e non perchè si autoinveste di questo ruolo, perché invece di far credere alle persone comuni, agli elettori, che è più potente smetterla di avere il primato sulla diffusione sui social network quasi rispetto a tutto il mondo e iniziare ad avere dei fatti piuttosto che quelle chiacchiere che ai colleghi dei talk show piacciono tanto?
Bene inteso, non voglio mandare a casa i colleghi che fanno il proprio lavoro, ma sarebbe bello che un pochino tutti diventassero come quel “antipatico” di Brunetta che da ministro nel governo Berlusconi si era messo a lavorare come se non ci fosse un domani. E tutti quei lavori sarebbero credo ottimamente materiale su cui parlare nei talk show. Senza sentire solo dei tormentoni più o meno elettorali.

Il riposo è importante, ma è importante anche lavorare…

Solitamente la domenica è sempre stata momento di riposo per chi lavora. Dal lunedì al venerdì e poi sabato per fare la spesa e le commissioni e la domenica, per la maggiore si sta a letto a “gustarsi” il pomeriggio televisivo dei vari canali generalisti. Oggigiorno sono subentrare le tv su internet e di conseguenza computer e smart tv. Ma nella struttura ossea della situazione la cosa non è mai tanto cambiata. Questa routine ha accompagnato uomini e donne solo e poi fidanzati barra conviventi. Eventualmente sposati con figli che poi a loro volta, in quanto cittadini moderni hanno preso il posto di qualcuno che ha sempre fatto quella vita, non per forza i propri genitori, e così la ruota ha continuato a girare. Fino ai tempi moderni. Dove puoi avere dei turni di lavoro e non per forza la domenica libera. Al massimo un altro giorno.
In questa struttura sociale, come si incastra la volontà del m5s di non far lavorare la domenica? Molto brevemente: male. Perché da che mondo è mondo non è il dipendente che ha in linea di principio le leve del comando, ma il datore di lavoro. È sempre stato lui il vero bersaglio. Ma non da obbligare: da convincere. Da fargli capire che non esiste solo l’incidenza, ma la rigenerazione nel riposo del dipendente. Un dipendente che produce è un dipendente che è contento di andare a lavorare. E non un preso per il collo dai debiti del vivere sociale comune. Non ha obblighi, se non quello di vivere dignitosamente in mezzo agli altri, senza che ne debbano sopportare le lamentele lavorative.

Blogosfera del 28 febbraio 2017

IL GIORNALE DELLA GIORNATA:

POETICANDO:

Ridere

LE INTERVISTE:

Intervista a Fabri Fibra firmata “Che tempo che fa”

Blogosfera del 24 febbraio 2017

IL GIORNALE DELLA GIORNATA:

IL VIDEOBLOG:

Un corto di J.L. Godard

LE INTERVISTE:

Intervista a Samuel