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10 luglio 2019: Il sistema dei personaggi può ancora funzionare?

Non si toglie il fatto di partenza che il mondo dei personaggi ha un valore. Cioè, dal piccolo del bar del paese fino allo star system con uomini e donne che riempiono più o meno la tv trash, ci vogliono degli uomini e delle donne che facciano da simbolo di un mondo o di un modo di pensare o di un modo di vivere. Come con gli influencer o i ragazzi che imperversano il mondo dei social.
Ma se ci sono loro, che alla fine sono delle persone comuni che hanno un loro ruolo social, cosa servono divi e dive del vecchio mondo dello spettacolo? O anche il cretino del paese, che faceva ridere e riflettere nel bar di riferimento?
Molti del mondo dello spettacolo hanno capito che senza i social vai poco lontano. Per tutti gli altri renitenti non c’è da fare altro che un sistema di pensionamento lento e graduale. Dove ciò che ha avuto un senso nell’era d’oro della televisione oggi ha un senso maggiore dentro facebook e compagnia cantante.
Quello che si può avanzare come critica è vedere se quello che oggi è il sistema delle persone normali dentro uno schermo di un telefonino diventerà obsoleto o si chiamerà se stesso una elite che prima non esisteva, vista la abbondante democrazia per cui se fai like, quello che una volta si chiamava l’ascolto della televisione, sei ok, se non fai like sei tranquillamente da lasciar stare e morire nel tuo brodo. Bisognerà vedere cosa effettivamente pensionerà questo attuale sistema di gradimento internettiano con qualcosa che dirà alla gente cosa veramente fa piacere, e a chi dare riferimento piuttosto dei soliti socializzanti. Verrebbe da dire che il prossimo passo saranno i robot o i cartoni animati…

23 giugno: Da una parte una condanna, dall’altra le cose come se non fosse successo

Sono passati dieci anni da quando quella notte del 29 giugno una cisterna di infiammabile è esplosa sui binari dietro la stazione ferroviaria di Viareggio, provocando quello che ha provocato tra morti e feriti. Ed è di qualche tempo che sono state ratificate le condanne per gli allora dirigenti delle Ferrovie per non aver messo sufficiente sicurezza su quel convoglio.
Ma se ci si pensa è come se non fosse successo nulla. Intendiamoci: i morti ci sono e i feriti ci sono. Alcuni con tracce indelebili sulla loro pelle o nella loro persona tanto nella mente quanto nel corpo. Ma non si è veramente intervenuti sulla sicurezza. Certamente gli addetti delle Ferrovie che vengono intervistati, come fu il caso di “Report” su Raitre, diranno che le Ferrovie italiane sono le più sicure perché adottano dei sistemi che fanno fare meglio che in altri paesi. Non c’è stato da parte delle Ferrovie, ma da quelle attuali però, un mea culpa che se fosse stato davvero tale avrebbe raggiunto chiunque sulla faccia dell’Italia. Per dire che una cosa del genere non debba succedere più.
Invece hanno condannato Moretti, allora dirigente delle Ferrovie. Che adesso è praticamente allo stesso tempo il due di briscola e il capro espiatorio per fare in modo che tanto i giornalisti quanto le Forze dell’Ordine non vadano a guardare troppo a fondo se da qualche parte manca un bullone o se una traversina dei binari non è al suo posto.
Non voglio dire con questo che Ferrovie non abbia fatto o non abbia intenzione di fare nulla. Ma questo silenzio assordante di fronte alla condanna non mi piace proprio. Ha il sapore di quando non senti l’odore del gas dentro casa ma allo stesso tempo ti stai intossicando senza rendertene conto.
Perchè Ferrovie non fa sapere a tutti quello che sta disponendo per la sicurezza dei treni, quello che sta rimendiando dopo quel supertragico incidente?

5 giugno: La RAI e le leggi sugli stipendi: vantaggio per Mediaset?

C’è una autentica giustizia nel voler mettere a chi lavora per il servizio pubblico un tetto massimo per far spendere di stipendio una cifra contenuta rispetto alle esagerazioni al limite del faraonico. Ma se da un lato c’è una giustizia, dall’altro c’è una ingiustizia molto forte, cioè quella che chi vuole e vorrà lavorare per il servizio pubblico non avrà lo stesso appeal, lo stesso fascino di chi lavorerà per la concorrenza privata. Che poco gliene frega di mettere un tetto ai propri stipendi.
Ci sarebbe soltanto un caso: il servizio privato, rendendosi conto come fece osservare Milena Gabanelli in uno dei suoi articoli di focus sul Corriere della Sera che non può esagerare con la pubblicità, mette un tetto alla sua capacità di pubblicità pena inquinamento pubblicitario. E il perché è molto semplice: la pubblicità è come la spezia o le spezie dentro una pietanza. Infatti, come sanno accuratamente tutte le massaie del mondo non solo italiane, se ad un pezzo di carne o ad un altro cibo metti più spezie del possibile, la pietanza diventa sicuramente saporita, ma saprà solo di spezia. Come se uno mangiasse spezia pura e dura.
Forse, in un futuro possibile, la tv privata capirà che la gente non può essere bombardata di pubblicità come succede adesso. Non soltanto per la quantità, ma anche perché oggi la pubblicità è veicolata meglio attraverso Internet e le società sempre più preferiranno quel veicolo. Quindi se Mediaset e tutte le altre tv private riescono a leggere queste poche righe, capiscano che hanno anche loro da adottare un codice etico della pubblicità sulle proprie reti. Come la Rai capisca che se si tira troppo la cinghia sempre più spariranno volti interessanti per la propria capacità di attirare pubblico a discapito dei propri profitti in quanto azienda come le altre. Peggio ancora se per la Rai si facessero le cose con una legge. Più che per la ennesima legge, per la ennesima volta si decide qualcosa al di fuori del mercato.

Il riposo è importante, ma è importante anche lavorare…

Solitamente la domenica è sempre stata momento di riposo per chi lavora. Dal lunedì al venerdì e poi sabato per fare la spesa e le commissioni e la domenica, per la maggiore si sta a letto a “gustarsi” il pomeriggio televisivo dei vari canali generalisti. Oggigiorno sono subentrare le tv su internet e di conseguenza computer e smart tv. Ma nella struttura ossea della situazione la cosa non è mai tanto cambiata. Questa routine ha accompagnato uomini e donne solo e poi fidanzati barra conviventi. Eventualmente sposati con figli che poi a loro volta, in quanto cittadini moderni hanno preso il posto di qualcuno che ha sempre fatto quella vita, non per forza i propri genitori, e così la ruota ha continuato a girare. Fino ai tempi moderni. Dove puoi avere dei turni di lavoro e non per forza la domenica libera. Al massimo un altro giorno.
In questa struttura sociale, come si incastra la volontà del m5s di non far lavorare la domenica? Molto brevemente: male. Perché da che mondo è mondo non è il dipendente che ha in linea di principio le leve del comando, ma il datore di lavoro. È sempre stato lui il vero bersaglio. Ma non da obbligare: da convincere. Da fargli capire che non esiste solo l’incidenza, ma la rigenerazione nel riposo del dipendente. Un dipendente che produce è un dipendente che è contento di andare a lavorare. E non un preso per il collo dai debiti del vivere sociale comune. Non ha obblighi, se non quello di vivere dignitosamente in mezzo agli altri, senza che ne debbano sopportare le lamentele lavorative.

Blogosfera del 28 febbraio 2017

IL GIORNALE DELLA GIORNATA:

POETICANDO:

Ridere

LE INTERVISTE:

Intervista a Fabri Fibra firmata “Che tempo che fa”

Blogosfera del 24 febbraio 2017

IL GIORNALE DELLA GIORNATA:

IL VIDEOBLOG:

Un corto di J.L. Godard

LE INTERVISTE:

Intervista a Samuel

Blogosfera del 20 febbraio 2017

IL GIORNALE DELLA GIORNATA:

GLI EDITORIALI:

Cosa è un cellulare e le comunicazioni nel presente

LE RECENSIONI:

Film TV: “Dalida” su Rai1