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25 luglio 2019: Che valore ha la parola “investimento”

È una parola, prima di tutto. È una parola che ha un valore in diversi ambiti della società e della economia. È una parola che vale un futuro, perchè da questo punto di partenza si possono srotolare futuri tra i più disparati, tra i più lunghi e i più brevi. È una parola che dice a qualcuno che tu stai scegliendo una vita o una altra vita rispetto al punto di partenza che scegli di trovare.
Detto molto volgarmente: investimento è sinonimo di futuro, prima che di guadagno. Infatti si confonde una cosa: prima di tutto un investimento è un futuro che tu vuoi o meno raggiungere agendo nella società in un modo o in un altro. Prima di vederne dei frutti o delle perdite. Quando un industriale investe dei soldi in un progetto, calcola più o meno approssimativamente quali potranno essere gli scenari che verranno fuori nel mettere dei soldi o delle persone a fare qualcosa di nuovo o di diverso.
Nella società italiana questo come si incasella? Semplicemente in un modo: quello che noi facciamo nel nostro presente è la base del nostro investimento. E prima si fanno delle scelte prima si può dare una deformazione al futuro o eventualmente vedere dei guadagni. A vedere quali sono i guadagni che nella storia chi ci ha preceduto e su cui noi campiamo dovrebbero dare un senso di vergogna rispetto alle nostre scelte. Si vive volgarmente nel presente e non si da un senso del futuro. Si fanno investimenti, ma solo per tappare i problemi del breve termine. Non si vede una visione di futuro anche se fallimentare. Non si investe nel futuro del paese. Ma solo su quello che già esiste.

La coscienza di essere autosufficienti

Una cosa non riesco a capire del nostro attuale modo di governare il paese: perché non si dice chiaramente che da un certo punto in poi i cordoni della borsa del governo e dello Stato italiano non farà altro che portare avanti il disbrigo degli affari correnti e per il resto uno si deve arrangiare? Visto che abbiamo un così grosso debito pubblico, qualcuno dovrà pur iniziare una azione risanatrice…
Con questo non voglio dire che non si deve pagare quello che è necessario. Ma è come se per determinate cose non ci può essere se non lo Stato e il Governo che ci mettono i soldi per far andare avanti le cose. E’ come se mancasse la fame dei reduci della guerra che sfruttano gli occhi e il cervello al massimo per rendere il più possibile fruttifero quel poco che hanno e dare a se stessi tanto con il poco disponibile.
Basta pensare ai fondi europei: non si sente altro che dire del sotto utilizzo di cui l’Italia e padrona. Quelli non potrebbero essere sfruttati di più dai comparti del paese al posto della “borsa” governativa attuale? Io credo che questo paese potrebbe tornare ad essere più di quello che è adesso se si iniziasse ad aver “fame” e portare al massimo della produttività il poco di cui si è indubbiamente padroni. E credo che se Salvini dovesse lavorare di più per il paese insieme a Di Maio e a Conte dovrebbe iniziare a dare il verbo del buon esempio dei suoi sindaci e amministratori, che si spendano e adoperino il più possibile per sfruttare quel mare di soldi europei a disposizione e che nessuno sembra voler nemmeno guardare.
Insomma: sentire la “fame” e la “sete” di chi è uscito sconfitto da una guerra e deve autosostenersi con il poco che trova lungo il proprio territorio. Cioè i fondi europei.

Blogosfera del 7 settembre 2016

IL GIORNALE DELLA GIORNATA:

GIORNALE DEL 7 SETTEMBRE 2016

LE LETTURE:

LA RACCOLTA DEI RACCONTI:

LE RECENSIONI:

Il programma radiofonico “Catteland” di Alessandro Cattelan su Radio Deejay

Il nome del programma è assolutamente tutto un “programma”. Mentre ascolti sei catapultato dentro il mondo del suo conduttore e delle sue due spalle radiofoniche, in pieno stile di una radio il cui capostipite e conducente artistico è colui che del parlare di se stessi ha fatto un marchio di fabbrica.
Di certo non poteva e non sarebbe stato possibile essere diversamente, anche se Cattelan non avrebbe bisogno da bravo animale mediatico di parlare di se quando sa perfettamente parlare di nulla e fare pure appassionare.
Alla fine dei conti e di una breve analisi di questo programma, non si può smentire la sigla: piuttosto che andare dai miei ascolto Cattelan.

 

LE STORIE:

La cultura traditrice

C’era una volta un uomo che vendeva le mele al mercato. Ne aveva di tutti i tipi e di tutte le forme.
Un giorno fece una scelta: avrebbe venduto anche le pere. E si fece una cultura su come nasce cresce e viene colta una pera. Aggiunse a tutta la sua cultura sulle mele anche quella sulle pere.
Passarono i mesi e le vendite della sua frutta crebbero. Per esigenze di vendita dovette abbandonare il banchetto al mercato e trasferirsi in un negozio fisso. E anche li le vendite crebbero.
Dopo tanti anni di quella attività e dopo aver imparato tutto anche sulle pesche e sul resto della frutta si rese conto di aver buttato il suo tempo ad imparare qualcosa che nella sua vita futura di pensionato non sarebbe stata importante. Non aveva mai fatto una vacanza in vita sua. Non si era mai sposato e non aveva mai presenziato ai funerali dei suoi genitori, di cui si occupò suo fratello. Suo fratello era morto e non aveva mai visto nulla della sua vita di babbo e nonno e di marito.
La sua vita finì da solo in un ospizio.
Con tutta la cultura sulla frutta che esiste nel mondo.

Blogosphera del 15 maggio 2016

Il Blog di Matteo:
La vignetta di oggi
Il domenicale del 15 maggio 2016
Il femminile del 15 maggio 2016

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