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30 luglio 2019: Il Prodotto Interno Lordo non lo si patteggia

Ci sono cose nella vita economica di un paese che non sono opinabili. Cioè non sono soggetti alla opinione di nessuno ma dipendono però dalla capacità della gente di fare qualcosa per la propria sopravvivenza. Una di queste è il Pil del paese. Cioè quella capacità di fare reddito a livello nazionale.
Da una parte esistono persone che dicono che fare reddito nel paese sia una questione di minore tassazione a livello generale, cioè la destra che vorrebbe dire che meno tasse la gente può pagare più può investire nel proprio lavoro e nella propria vita lavorativa. Dall’altra esistono quelli che dicono che il modo migliore è far pagare più tasse alla gente ricca per investire sulla gente povera che così può lavorare più tranquillamente e fare reddito per il proprio paese. Questa è la sinistra, che contro i ricchi ha sempre avuto qualcosa da ridire e quindi vorrebbe che i ricchi sganciassero più soldi per lo stato e per i suoi conti.
In mezzo cosa si trova? La gente comune che fa fatica ad arrivare alla fine del mese e che non sa fare altro che vivere nell’assistenzialismo. Non è che l’assistenzialismo sia sbagliato. Sono gli italiani che non ne sanno fare un buon uso. Che non sanno investire su se stessi ed essere più produttivi. Il pil del paese dovrebbe essere fatto dalla gente che lavora. Ma chi lavora oggi? Perchè il Pil italiano è sempre cosi basso? Perchè si crede che fare Pil sia soprattutto una questione di come rendere produttiva una popolazione? Prima di tutto c’è da guardare cosa veramente vuole fare un popolo per il suo paese, prima di discutere su come fare Pil nel paese.

22 giugno: Cambiare nome significa cambiare partito?

I nomi, si sa, sono la base del commercio. I nomi sono quello che ci fa riconoscere le cose rispetto a tutto il mondo. Come per le persone che le si riconosce dal proprio nome e alle volte dal proprio soprannome. Ma nella politica ha forse una valenza dare precedenza ad un nome o ad un marchio piuttosto a tutto il resto? Certamente no.
I partiti politici, più di un prodotto di consumo come il cibo o gli oggetti che abbondano nei centri commerciali, ha bisogno di un radicamento su qualcosa, oltre che su qualcuno. Nei partiti ci deve essere non solo un sistema di valori a cui fare riferimento, ma anche un gruppo di persone che ne fanno la base portante della azione politica nel paese e nell’eventualità in cui il partito diventi un partito di governo.
Lo si è visto, mi si permetta un esempio, con il governo Renzi. In cui per dare precedenza alla potenzialità del governo si è snaturato un partito a vantaggio di chi pur se affollando quasi all’assurdo i social della propria faccia e dei propri selfie con la gente ha continuato ad avere una impronta, più di una aderenza, alla destra conservatrice e liberale. Il resto è solo aver fatto quello che si voleva pur di essere a Palazzo Chigi. Ha un valore tutto questo?
Adesso è da poche persone poter piangere veramente al fatto di essere l’opposizione nel paese. Ma di certo mettersi a fare del restyling in questo momento è solo un autentico suicidio. E quindi assolutamente da eliminare. Per il resto rimane il fatto che sarebbe meglio fare mea culpa davanti ai propri elettori. E pur se facendo il social politico, assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Anche quando ci si troverà ad aver fatto del proprio partito un partito troppo social e troppo mediatico. Anche in quel caso cambiare nome non avrebbe nessuna sgravante di un partito allo sbando.

Blogosphera estiva del 7 luglio 2016

Il Blog dell’Estate:
La risposta di oggi
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La domanda è una sola:
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Buon compleanno a me…

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“La felicità è una condizione di equilibrio perfetto tra la realizzazione delle nostre aspirazioni e quanto gli altri ci chiedono.”

GIUSTO FERRONATO

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