Mediocrità del Papa? È solo semplicità

Aver letto su Sua Santità Papa Francesco la questione dell’intervista a Fabio Fazio mi ha fatto abbondantemente venire l’orticaria. Qualcuno ha sottolineato il fatto, se non ho letto male scorrendo, che il Papa sia una persona mediocre. Che nell’intervista alla Rai abbia dimostrato di non essere una grande persona.

Ma io mi domando: si può scambiare la semplicità di fronte ad un intervistatore per mediocrità? Sua Santità non è solo il Papa. È anche una persona che può avere pregi e difetti. E più che altro può avere avuto il difetto, non difetto fino in fondo, di dimostrare una semplicità umana al di fuori dei soliti discorsi o dichiarazioni. O al di fuori dell’Angelus domenicale, dove abbraccia cause o questioni di dominio internazionale.

Fare di un Papa tanto amato come lui una persona mediocre mi sembra fuori luogo. Verrebbe da pensare, seguendo questo filo logico, che non sia altro che una marionetta legata a interessi più forti di lui dentro il Vaticano. Mentre in diverse occasioni ha dimostrato di essere un uomo tra gli uomini. E non solo il capo della Chiesa Cattolica.

Magari può avere ‘peccato’ di semplicità. Ma la semplicità è sempre un difetto? Il non avere costruzioni mentali o ritrosie è sbagliato per un soggetto tanto potente nel mondo?

Io voglio credere che Sua Santità sia l’uomo che ha sempre dimostrato di essere. Un padre della Chiesa che, oltre ad essere tale, il primo dei suoi simili, è una persona come tante altre. Un sacerdote nel senso più generale del termine, oltre che un capo spirituale.

E che ha avuto una vita come tutti, prima di abbracciare il sacerdozio. Con pregi e difetti.

A chi gli ha dato del mediocre, se glielo ha dato, non posso dire altro che: prega per lui.

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Festival di Sanremo: Amadeus vincitore incontrastato

Anche questo Festival di Sanremo è passato. E ha portato con se i suoi successi. Innanzi tutto un botto di ascolti, con punte del 60%. Una cosa, a mia memoria, che non trova eguali. Poi le co conduttrici davvero speciali, tra cui spicca per luminosità Drusilla Foer. E alla fine le canzoni, scelte si può dire con grande attenzione spaziando su più fronti generazionali.

Ma una cosa però va detta di questo nuovo Sanremo. Che si è trattato di un Festival molto multidimensionale. Che non si è racchiuso nella sola kermesse televisiva, ma che ha permesso anche a internet di prendere posto. Non lo ha relegato a solo mezzo di trasmissione dati o immagini. Lo ha reso parte dello spettacolo anche con il pezzo recitato da Marco Mengoni e dal suo comprimario.

Non si può che fare i complimenti ad Amadeus per la sua direzione artistica, insieme a tutto lo staff autoriale e a tutta la macchina televisiva e tecnologica della Rai. Aver fatto di Sanremo un grande spettacolo a 360° e non solo uno spettacolo televisivo non può che essere un merito. Aver preso diverse generazioni e averle unite di fronte al televisore senza il metodo del contentino con il cantante simbolo o con la vecchia gloria, è cosa buona. Aver condotto con tranquillità tutte le serate sembrando il finto tonto ma dimostrando una indubbia professionalità è cosa buona.

È cosa buona tutto, alla fine. Tranne una particolare: continuare a far usare gli sms alla gente per votare da casa. I messaggini di testo stanno diventando una cosa superata. Non si può che fare, per la prossima edizione, un salto verso le app di chat come già le radio hanno fatto per recepire i messaggi dei loro ascoltatori.

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Una grandiosa Drusilla Foer a Sanremo

Ho “conosciuto” Drusilla quando venne al Teatro de La Versiliana diverse estati fa. Non avevo mai sentito parlare di lei. E grazie alle sue risposte ho potuto confezionare la mia intervista per il giornale.

Fino qui nulla di particolare. La cosa particolare, in questa edizione 2022 di Sanremo, è stata la sua verve. E soprattutto un particolare molto impercettibile, se mi è concesso dirlo, del suo personaggio: la timidezza. Quel senso di tremore per quello che si sta facendo. Lo stare su un palco o davanti ad una telecamera senza nascondere la propria paura o il proprio timore di sbagliare.

Non posso dire che Drusilla sia una drag queen. Credo sarebbe una offesa bella e buona. Credo piuttosto che lei, o lui secondo i punti di vista, sia una performer che riesce benissimo a portare avanti il suo personaggio. Ma al tempo stesso, quando si trova su un palco, fa trasparire la sua umana paura di sbagliare o di dire una cosa per un’altra.

Per il resto non posso dire altro che lei sia la incontrastata regina di questa edizione del Festival di Sanremo. Come un poco tutte lo sono, le co conduttrici di questa edizione. Ma lei, anche se è in tutto e per tutto un uomo, esprime femminilità in una forma a dirla tutta affascinante. Non teatrale, intendiamoci. Ma con quel pizzico di non so che che la rende un personaggio femminile in tutto e per tutto.

Sanremo: ho adorato la samba “triste” di Fiorello

Non si poteva non ottenere un effetto “spiritoso”, se si può passare il termine, mettendo Fiorello ancora una volta sul palco di Sanremo. Nel suo primo intervento ha fatto ascoltare a tutto il pubblico e a tutti gli spettatori la sua canzone triste. Ma con un sottofondo musicale molto allegro. Non ho potuto non cercare, e trovare, questo pezzo di brano della serata sanremese del 2022 su Youtube. E credo che sarebbe un ottimo metodo per resuscitare, se cosi si può dire, le persone tristi dalla tristezza.

Ascoltate questo brano. Perché può in certi casi far svoltare la propria giornata.

E soprattutto un grazie a Fiorello. Per aver creato questo piccolo, ma grande, momento di spettacolo della Rai. Che credo sarà eccellentemente accolto nelle Teche per la futura memoria di come da una situazione di pianto si può creare una situazione simpatica e felice.

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A cosa servono e a cosa non servono gli incentivi

Tutti quanti, in questo momento, stiamo attraversando il periodo degli incentivi sulla ristrutturazione della casa per efficienza energetica. E chi più chi meno ne sta approfittando per migliorare la classificazione energetica della propria abitazione. Ma non si può dire che gli incentivi siano tutti buoni o tutti cattivi. Alcuni incentivi servono e altri non hanno nessun utilizzo. O per lo meno hanno un utilizzo positivo immediato e negativo a lungo termine.

Gli incentivi servono sicuramente a far lavorare le persone e le imprese. Basti pensare alle concessionarie auto, che hanno potuto vendere auto nuove facendo rottamare auto vecchie, praticamente da buttare. O basti pensare, come detto sopra, alle ditte elettroniche o edili che stanno lavorando grazie ai fondi del governo per far spendere meno i cittadini per gas e luce. E di conseguenza dover incentivare di meno le bollette dei singoli.

Dall’altro lato gli incentivi non servono. Perché finiti gli stessi, il deserto. Basterà pensare alle ditte edili che dopo il boom iniziale, per il quale magari avevano assunto personale forse anche a tempo indeterminato, si ritroveranno a girarsi i pollici per i cantieri che non esistono più. Oppure basterà pensare alle concessionarie che finiti i soldi per le rottamazioni, non vedranno più un cliente nei loro autosaloni.

Un incentivo di per se, se seguiamo il filo del ragionamento fino adesso, non è in assoluto ne buono ne cattivo. La bontà o la cattiveria dipende dalla situazione in cui ci si trova. In piena espansione la bontà è assicurata. Dopo la fine la cattiveria è lapalissiana.

Questo vuol dire che gli incentivi non vanno messi? Più che altro bisogna non esagerare: nella metà si trova la virtù, in medio stat virtus.

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Perché è vergognoso il fare cassa del fisco italiano

Il fare cassa del fisco italiano, a parte una prima risposta del cavar sangue dalle rape più comune, è una tendenza tutta nostrana per cui i contribuenti vengono considerati degli evasori fino a prova contraria. Non si considera il cittadino pagatore portatore di diritti fiscali. Il cittadino contribuente non è altro, sembrerebbe considerato dal fisco, che una persona che non paga le tasse. Altrimenti non si spiegherebbe l’accanimento che le forze dell’ordine hanno verso chi viene indagato per le tasse.

La vergogna risiede però in un altro particolare: la mancanza di una determinata flessibilità nei pagamenti che devono essere fatti al fisco. Non voglio dire che le tasse non devono essere pagate, ma che il pagamento non viene considerato nella forma più ampia e più disponibile possibile.

Faccio un esempio: io sono un cittadino che deve pagare le tasse e non ho i soldi liquidi. Ma ho dei beni immobili che però nel frattempo in cui devo pagare le tasse non posso liquidare.

Perché per il fisco ci devono essere delle procedure tanto complicate per arrivare alla liquidazione dei beni per il pagamento delle tasse? Non sarebbe più facile che il fisco stesso, prima di strozzare il soggetto per la richiesta di liquidi, non passa alla liquidazione diretta e assolve il dovere di pagare dal cittadino stesso?

Credo che tutti lo sappiamo, ma prima di arrivare ad una liquidazione di beni, passano procedure su procedure. In cui magari il cittadino pagatore, con tutte le intenzioni di pagare, si ritrova con pignoramenti o con sequestri poco decorosi. Oltre a finire segnalato in situazioni di non fiducia economica.

Non sarebbe meno vergognoso che il fisco, invece di fare cassa come uno spilorcio di fronte ai suoi affittuari, fosse più adattivo di fronte alle esigenze dei cittadini pagatori? Fermo restando che i cittadini pagatori non facciano gli intrupponi per frodare il fisco stesso…

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Il significato di acquistare dei debiti da qualcuno

Un debito è un debito. È il segnale che qualcuno ha bisogno di soldi e un’altra persona che li ha li cede. Con un pegno o con una garanzia. Ed esiste un mercato dei debiti per cui le banche o gli istituti finanziari si contendono la parte debitoria di singoli individui o di altri enti o imprese.

Quello che voglio provare ad indagare è il significato del comprare debiti.

Un primo punto indubbio è la potenzialità creditoria che un ente florido e ben economicamente piazzato potrebbe avere nei confronti di altri. Su cui esercitare la propria influenza per fini magari non subito immaginabili. Non voglio dire di arrivare al sistema del ricatto, ma ad una capacità di influenza su fronti in alcuni casi irraggiungibili in maniera diretta. Della serie: se non posso demolire una casa, prima scavo in mezzo al giardino e poi magari arrivo alle fondamenta.

Un secondo punto non può che essere la filantropia. Perché se io istituto compro i debiti di una onlus o di un altro ente caritatevole, e per buona azione li cancello all’interno del mio bilancio o dei miei libri contabili, ho fatto una buona azione. Magari sono quelle buone azioni che non si vedono, ma che nell’intimo dei mercati finanziari possono avere un peso.

Un terzo punto è la qualifica che un istituto può avere nei mercati. Perché alle volte avere del debito è meglio che non averne. Può sembrare assurdo, ma è così. Avere dello scoperto distribuito, nel pieno della attività dell’istituto, può aiutare l’istituto stesso ad avere una vita economica. Basti pensare alle agenzie di recupero crediti: se non ci fossero dei debiti da recuperare, non potrebbe lavorare e far lavorare i suoi agenti.

Acquistare debiti, cosa che può sembrare assurda, non lo è affatto. È una pratica economica come tante altre. Che come tante altre può avere sia risvolti negativi che risvolti positivi.

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Cosa vuol dire avere un progetto nelle proprie cose

L’agire umano ha molteplici forme. Nel senso che ci sono persone che agiscono per il solo piacere di farlo e persone che agiscono in base ad un indirizzo o ad un progetto. Queste ultime persone sarebbe bene indagare. Per pura invidia? Per la capacità di calcolare le proprie mosse più o meno attentamente? Per la freddezza nel fare le cose? Io credo per la semplice capacità di, in alcuni casi, sapere quello che uno fa. Avere chiaro in testa il motivo o la scelta per cui al posto di andare al bar a scaldare la sedia del tavolino, nel fare un esempio, si preferisce adoperarsi in una attività manuale o intellettuale al di fuori delle altre dimensioni umane.

Si può dire che chi fa in questo modo, per lo meno, sfrutta al meglio il proprio tempo. O all’incirca prova a sfruttarlo differentemente da chi quel tempo vuole perderlo. Si potrebbe dire che lo stare in un bar non è lo stesso tempo perso perché è tempo di socializzazione. Ma una discriminante c’è: chi fa questo alle volte tende a dilatare il più possibile la sua presenza in un posto piuttosto che agire in altri modi. Anche semplicemente provando a conoscere cose che non ha mai conosciuto, parlando con gli altri.

Agire, di per se, non è mai sbagliato. Perché l’azione presume un pensiero e il pensiero significa far girare le rotelle all’interno della propria testa. Esistono però persone che non pensano a livello espanso, ma racchiudono il proprio pensiero all’interno di una visione delineata dietro a dimensioni specifiche.

Questo è il progetto. Il pensiero per cui il nostro agire ha una dimensione mentale precisa. Che può anche essere stare a scaldare una sedia di un tavolino di un bar. Ma non ha di per se la tendenza a riempire dei vuoti di tempo bensì a canalizzarli in uno schema a più ampio raggio.

Non esistono cose sbagliate da fare nella vita, a parte quelle illegali. Esistono momenti sbagliati, pratiche sbagliate o tempi sbagliati per metterle in pratica.

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L’utilità di una visione a breve raggio

Non posso a questo punto non sottolineare un fatto. Che guardare al tutto e subito, non è poi così sbagliato. Il momento del contagio è molto alto, anche se in discesa. E trovare delle soluzioni a breve raggio può rivelarsi una buona strategia. Perché si analizzano i problemi quando vengono in essere. E quindi non si pensa ai massimi sistemi.

Ma non si può considerare questa una strategia che funzioni in eterno. Bisogna ponderare i problemi quando si vengono a manifestare. Ma non si può tralasciare il fatto di estendere il momento attuale. Di vedere anche al di la del singolo foglio da leggere e analizzare il libro o il fascicolo per quello che è.

Mi ha fatto molto piacere, per quanto possa contare, sapere di iniziative regionali in cui si è cercato di sveltire le pratiche e la burocrazia nazionale. Perché si è unita l’analisi al breve termine verso una soluzione a lungo termine. Si è guardato al di la del proprio naso. E anche se involontariamente, si è prodotta una soluzione che può essere di esempio per altre realtà locali.

Non mi è piaciuto però il ritornare su situazioni di posizione. Come quella dell’esame di maturità per i ragazzi di questa annata. Da parte del ministro Bianchi si è valutata troppo presto la reintroduzione di un esame composito con doppio scritto. Togliendo sicurezza agli esaminandi. L’aver guardato subito al lungo raggio della scuola “in normalità” ha tolto agli studenti il terreno sotto i piedi. L’analisi corretta sarebbe stata quella di derogare ancora per un anno un esame semplificato. Con la sola motivazione che la questione è ancora emergenziale. Quindi a corto raggio. Gli studenti stanno sopportando una situazione scolastica difficile. E quindi dovrebbero avere un minimo di tutela per quello che hanno dovuto sopportare.

Il lungo raggio di un esame pre covid, non credo che possa andare bene…

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Fino a che punto serve una visione di lungo raggio

In questo momento una larga fetta di persone è stata vaccinata anche con terza dose. E questo, da non “no Vax”, non può essere che un bene. L’immunizzazione va avanti. E sembrerebbero scongiurate le più negative conseguenze da contagio sia a livello del sistema sanitario, sia a livello della vita di tutti i giorni a cui le persone vogliono affacciarsi prima possibile.

Il sistema delle autoquarantene è un segnale di maturità da parte di una grossa fetta della popolazione. Perché quando si iniziano ad avere dei sintomi influenzali, che sono quelli più immediati di un possibile contagio, le persone si auto bloccano a casa propria fino a che l’eventuale tampone di controllo non diventa negativo.

Ma la domanda adesso sorge spontanea: fino a che punto questo modo di vivere sarà sostenibile per l’economia del paese? Io credo che prima si riuscirà a gestire il Covid come una delle tante malattie da contagio, come le più comuni per i bambini, prima la garanzia di una vita tranquilla potrà fare capolino per le persone. E soprattutto per le aziende, che stanno sopportando, si spera ancora per poco, il blocco di personale da contagio Covid.

I governi più o meno nazionali devono iniziare a valutare la gestione della pandemia non più nel suo svolgimento, ma nella sua conduzione futura. Fino a quando il presente sarà la prospettiva di analisi, non ci sarà una sicurezza per le persone. Perché dovranno continuare a fare i conti con linee di contagio e possibili aggravamenti del sistema sanitario più di base. Senza dimenticare il proprio posto di lavoro, che diventerebbe un problema per il proprio principale fino alla perdita dello stesso.

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